Andrea Stella


La mia storia, la mia rinascita

E’ il 19 Luglio del 2000, ed anche io come molti di voi avranno fatto o si accingono a fare, completo l’ultimo tassello della mia istruzione: mi laureo in Giurisprudenza all’Università di Trento. La prassi vuole che si festeggi il traguardo con un viaggio importante, un modo come un altro per costruirti nuovi ricordi, per dire a te stesso al mondo: ‘sono pronto anch’io!’; momenti indimenticabili che segneranno la tua vita per sempre. E, in un certo senso è stato proprio così.

Così un mese dopo la proclamazione parto per un viaggio premio negli States: il 29 agosto mi trovo a Fort Lauderdale, una suggestiva città della Florida che costeggia l’Oceano con spiagge e canali navigabili; lì frequento una scuola d’inglese, una palestra per così dire, in previsione del mio ritorno in Italia dove avrei cominciato la mia esperienza lavorativa in uno studio internazionale. L’adrenalina post-laurea unita all’esperienza in un Paese così evocativo come gli Stati Uniti mi portano al settimo cielo: sento la vita in pugno e sono felicissimo

Ma il destino, o chi per esso, aveva altri piani in serbo: sono le 10 di una sera d’agosto, e percorro con la mia auto a noleggio Las Olas, la via principale della città, ristoranti, locali, gente che festeggia…Io svolto a sinistra ed imbocco un piccolo ponticello, in direzione Isle of Venice: una strada privata, vigilata e completamente circondata dal mare, da lì si entra e si esce. Nessuna via di fuga.

Percorro tutta la via e fermo la macchina per chiamare Andrea, una ragazzo di Napoli della mia stessa scuola: ‘Fort Lauderdale è troppo tranquilla‘, pensavamo, ‘andiamocene a Miami a bere qualcosa‘.

Non lo vedo, ‘sarà già uscito’ mi dico, e mi dirigo verso l’auto per tornare a casa. Mi trovo però di fronte quattro uomini in passamontagna, attorno alla macchina. Mi blocco. Ed in una manciata di secondi, senza nemmeno rendermi conto, sento partire due colpi di pistola nella mia direzione.

Cado a terra. Arrivano i soccorsi, mi trasportano in ospedale. “who did it? chi è stato?” continuano a ripetermi i paramedici, cercando di tenermi cosciente. Le due pallottole hanno colpito fegato, polmone e colonna vertebrale; la situazione è drammatica: la ferita al fegato gravissima. Sto morendo. Poi più nulla…

Mi sveglio dopo 35 giorni di coma indotto, un risveglio accompagnato da due rivelazioni sconvolgenti: sono vivo. Ma non camminerò più. Mi aspetta un periodo intenso, di sofferenza e frustrazione: il rientro in Italia, il ricovero in unità spinale, 4 mesi di riabilitazione per imparare ad utilizzare l’ausilio che mi accompagnerà per il resto della mia vita, la carrozzina.

E’ un nuovo inizio, un back to the start, certo non facile, ma necessario. Non vi mentirò: il pensiero di farla finita era il primo del risveglio, e l’ultimo prima di coricarmi. Ma intanto i mesi passano: mio padre mi sprona, cerca di tenere vivo il mio Spirito prima del fisico: “Perché non torni in barca a vela? La tua passione!

L’idea riaccende voglia di fare ed un pizzico di nostalgia, ricordi di una vita che non sento più mia. Ma a cui non voglio e posso rinunciare: “Se ci torno, devo potermi muovere sulle ruote come prima facevo con le mie gambe, esisterà pure una barca che me lo permetta!” Inizia la mia ricerca: una barca accessibile, con cui tornare a solcare le onde del mare e rivivere quelle sensazioni di libertà e tranquillità. La dura realtà: non esiste. Certo, piccole imbarcazioni a misura di disabile non mancano, ma nessuna grande abbastanza da permette viaggi in mare aperto.

Il catamarano è il mezzo giusto‘, mi dicono in Inghilterra: non si inclina e non sbanda come la barca tradizionale. Ecco un punto di svolta, l’ennesimo della mia vita; ho di fronte una scelta: o arrendermi alla realtà, o plasmarla per raggiungere il mio obiettivo. Scelgo la seconda: troviamo un cantiere italiano, e diamo avvio alla costruzione dell’imbarcazione, alla cui buona riuscita era legato il mio sorriso. I lavori di progettazione proseguono benissimo: il numero di bagni e cabine è lo stesso degli altri catamarani costruiti da Mattia e Cerco (questo il nome del cantiere), ma queste sono però più grandi, spaziose. Dove passo io, camminano meglio tutti. E, voglio dirlo, la barca era pure più bella delle altre (Forse sono poco obiettivo, ma è così!).

In 18 mesi di “gestazione” vedo nascere e crescere questo meraviglioso oggetto, che mi permetterà di fare quello che facevo prima; 18 mesi in cui combatto con gli spostamenti quotidiani, un tempo scontati: ogni volta che scelgo un ristorante mi chiedo: “Ci sono barriere architettoniche?” “Mi spiace, ci scusi” questa la risposta più inflazionata.

“Ma perché se si può costruire una barca non si può costruire una città dove tutti si possono muovere meglio” mi chiedo. Dove passo io una mamma con un passeggino, un anziano o un bambino avranno gli stessi vantaggi. insomma perché le cose per i disabili – avete presente quei bagni con quel water angosciante che solo a guardarlo ci cadi dentro – sono così brutte?”

E così nasce Lo Spirito di Stella, che è il nome della barca ma anche dell’Associazione Onlus che fondo nel 2003.

andrea stella con claudio bisio
andrea stella con dalai lama
andrea stella con papa francesco
andrea stella con alex zanardi
andrea stella
andrea stella su topolino
andrea stella al parlamento europeo